lunedì 9 marzo 2026

La revoca del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo tra giudizio di pericolosità e obbligo di rilascio di un titolo alternativo: nota a TAR Emilia-Romagna, Sez. I, 26 febbraio 2026, n. 334

 La revoca del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo tra giudizio di pericolosità e obbligo di rilascio di un titolo alternativo: nota a TAR Emilia-Romagna, Sez. I, 26 febbraio 2026, n. 334

La sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per l’Emilia-Romagna, Sezione Prima, 26 febbraio 2026, n. 334 (ricorso iscritto al ruolo generale numero 58 del 2026), offre un’occasione particolarmente significativa per riflettere sul regime giuridico della revoca del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo ai sensi dell’art. 9 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.

Il testo integrale del provvedimento è consultabile al seguente link:
https://www.calameo.com/books/008079775aec2d43b9d32

La fattispecie trae origine dalla revoca, disposta dalla Questura di Bologna, del titolo di lungo periodo rilasciato allo straniero, sulla base di un giudizio di pericolosità sociale desunto da condanne penali definitive per reati di particolare gravità. Il ricorrente ha censurato il provvedimento deducendo, tra l’altro, l’illegittimità di una revoca asseritamente automatica e il difetto di valutazione in ordine alla propria integrazione sociale, familiare e lavorativa.

Il Collegio affronta in modo puntuale la struttura dell’art. 9 del Testo Unico Immigrazione, richiamando il comma 4, secondo cui il permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo non può essere rilasciato – e, per effetto del combinato disposto con il comma 7, può essere revocato – allo straniero ritenuto pericoloso per l’ordine pubblico o la sicurezza dello Stato. La norma impone tuttavia un giudizio non meramente formale, ma sostanziale, che tenga conto della durata del soggiorno nel territorio nazionale e dell’inserimento sociale, familiare e lavorativo dell’interessato.

La sentenza si colloca nel solco dell’orientamento giurisprudenziale consolidato secondo cui la revoca del titolo di lungo periodo non può fondarsi su un automatismo tra condanna penale e perdita del permesso. È necessario un accertamento attuale della pericolosità, che valorizzi la personalità del soggetto e la concreta incidenza dei fatti sul bene giuridico tutelato. Nel caso di specie, il TAR ritiene che l’Amministrazione abbia svolto tale valutazione in modo non illogico né irragionevole, esaminando la gravità delle condotte e ritenendo recessivi, rispetto alla tutela dell’ordine pubblico, gli elementi addotti in tema di integrazione.

Di particolare rilievo sistematico è, tuttavia, il passaggio motivazionale relativo all’art. 9, comma 9, del d.lgs. n. 286/1998. La disposizione stabilisce che, ove non debba essere disposta l’espulsione, allo straniero cui sia stato revocato il permesso di lungo periodo deve essere rilasciato un permesso di soggiorno per altro tipo in applicazione del Testo Unico. Si tratta di una previsione che esprime un principio di continuità della condizione giuridica dello straniero, impedendo che la revoca del titolo “rafforzato” determini automaticamente una situazione di irregolarità.

Nel caso esaminato, la Questura aveva omesso qualsiasi valutazione in ordine alla possibilità di rilascio di un diverso titolo. Il TAR accoglie quindi il ricorso limitatamente a tale profilo, annullando il provvedimento nella parte in cui non è stata effettuata la necessaria verifica. L’Amministrazione dovrà pertanto riesaminare la posizione dell’interessato alla luce della disciplina vigente, pronunciandosi espressamente sulla sussistenza dei presupposti per il rilascio di un permesso alternativo.

La decisione assume rilievo non solo per la ricostruzione del corretto esercizio del potere discrezionale in materia di sicurezza pubblica, ma anche per l’affermazione di un principio di legalità sostanziale: la discrezionalità amministrativa non può tradursi in un vuoto di tutela. La revoca del titolo di lungo periodo, pur legittima sotto il profilo del giudizio di pericolosità, non esonera l’Amministrazione dall’obbligo di applicare integralmente la disciplina del Testo Unico, garantendo una valutazione complessiva e aggiornata della posizione dello straniero.

Ne emerge un equilibrio delicato tra esigenze di sicurezza e tutela dei diritti, nel quale il giudice amministrativo svolge una funzione di controllo sulla correttezza del procedimento e sulla completezza dell’istruttoria, senza sostituirsi all’Amministrazione nelle scelte di merito, ma imponendo il rispetto della legalità e della proporzionalità.

Avv. Fabio Loscerbo

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New on TikTok: Revocación de la autorización de trabajo y permiso por búsqueda de empleo: qué ha dicho el Tribunal Administrativo Regional Bienvenidos a un nuevo episodio del podcast Derecho de Inmigración. Soy el abogado Fabio Loscerbo. Hoy comentamos una decisión reciente e importante del Tribunal Administrativo Regional de Emilia-Romaña, sentencia número 773 del 27 de abril de 2026, sobre una cuestión muy relevante: qué ocurre cuando una persona extranjera entra legalmente en Italia con un visado de trabajo, pero posteriormente se revoca la autorización laboral. El caso se refería a un ciudadano extranjero que ingresó legalmente en Italia a través del sistema de cuotas laborales, pero no pudo completar la contratación porque el empleador se volvió inubicable. El recurrente sostenía que, al no ser una circunstancia imputable a él, debía obtener al menos un permiso de residencia por búsqueda de empleo. El Tribunal rechazó el recurso y estableció una distinción jurídica muy importante. Según la sentencia, cuando la autorización inicial de trabajo es revocada porque faltaban desde el origen los requisitos legales para su concesión, desaparece la base jurídica del permiso de residencia. Y en esa situación, el permiso por búsqueda de empleo no puede utilizarse como solución alternativa. ¿Por qué? Porque este permiso presupone la interrupción de una relación laboral válidamente constituida. En este caso, según el Tribunal, esa relación laboral nunca llegó a existir jurídicamente. Y este es el punto central: una cosa es perder un empleo ya existente; otra muy distinta es que faltaran los presupuestos legales desde el inicio. El Tribunal también rechazó el argumento basado en el artículo 8 del Convenio Europeo de Derechos Humanos, relativo a la vida privada y familiar, considerando que en este caso no había elementos suficientes para aplicarlo. Desde un punto de vista práctico, esta sentencia deja un mensaje muy claro: en los procedimientos vinculados al decreto flujos, la validez de la autorización inicial y la posición del empleador son decisivas. Si surge una revocación, impugnarla a tiempo puede ser determinante. Y esto demuestra, una vez más, que en el derecho de inmigración muchas veces los detalles procedimentales terminan convirtiéndose en verdaderas cuestiones de derechos. Gracias por escucharme y nos encontramos en el próximo episodio de Derecho de Inmigración.

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